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TI DEVO PARLARE «Certe cose non vanno elaborate ma semplicemente c***te via». PAROLE: Lo spazio per parlare di ciò che ci conturba.


Un po’ come “C’era una volta”, “Ti devo parlare” è un preludio. Non si sa cosa si ascolterà ma si sa che ciò che ci verrà detto cambierà in qualche modo la nostra esistenza.
Il cliché vuole che siano i fidanzati a dirsi questa frase ma ciò non esclude il fatto che possa venir usata dai genitori verso i figli, tra amici, potrebbe dirla anche un professore a qualche alunno. Generalmente la frase viene percepita in maniera spaventosa poiché sempre il cliché vuole che questo qualcosa che verrà detto porterà conseguenze catastrofiche.
Fateci caso tutte le volte che l’avete detta voi o che pensavate di dirla, aprendo con queste parole un ipotetico discorso che è avvenuto prima di tutto nella vostra mente.
Ti devo parlare non presuppone un dialogo ma un obiettivo. La persona che la usa come apertura di un discorso sa già esattamente ciò che vuole dire e gli effetti che le sue parole avranno sull’interlocutore. È per questo che fa così paura, perché si ha la sensazione, da parte di chi la riceve, di essere costretti a subire senza possibilità di fuga.
D’altra parte, chi la pronuncia sa già che ciò che dirà avrà delle conseguenze, solo ha avuto più tempo per farci i conti.
Tempo, alle volte le questioni si riducano ad un mere attimo di fatale consapevolezza, ma la vita non può finire così.
Ti devo parlare mette di fronte all’evidente certezza che non siamo soli, che qualcuno ascolterà ciò che abbiamo da dire. Ti devo parlare è una bella responsabilità, si è pronti a scagliare se stessi contro uno specchio abbagliante, duro e di ossa.
Che fare allora? Come considerare una tale eventuale possibilità?
Non ho la risposta. Potrei dire di scegliere con cura le parole per comunicare, se siete voi i mittenti. Se invece mi rivolgo ai destinatari comprendo appieno la paralisi, il timore, i dubbi che non lasciano tregua. Non fatevi condizionare, essere in tanti è ciò che c’è di più divino nelle nostre vite. Lasciate al tempo la gioia di compiere il suo dovere, le parole che si scelgano con cura, le orecchie, che siano attente ad ogni minimo segnale, ci penserà il cuore a comprendere la giusta dimensione.
Ti devo parlare soppesa le nostre più intime illusioni, qualcosa che (eccetto nei limiti) non si può dire.

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LA CREAZIONE DEL PERSONAGGIO: il protagonista alla radice

1, 2 , 3 MATTONCINI DI STORYTELLING
LA CREAZIONE DEL PERSONAGGIO: il protagonista alla radice.

2° – La parola PROTAGONISTA deriva dal greco ed è composta da πρῶτος «primo» e ἀγωνιστής «lottatore, combattente»; il personaggio di una storia quindi, etimologicamente parlando, è il primo a combattere.
Chi/Cosa? Per cosa? Dove? Come? Quando?
Domande giustissime e necessarie per sviluppare la trama.
Tuttavia la prima domanda da farsi per costruire un buon personaggio è la più semplice: Perchè il protagonista è il “primo combattente”?
Perché ha un obiettivo da raggiungere!
E tutti i tentativi, gli ostacoli e le difficoltà che troverà nel raggiungerlo determineranno lo sviluppo della storia.
Elementare, Watson?! Forse… eppure le cose più elementari sono quelle che tendono a sfuggire, pur essendo importanti.
A tal proposito…
Consiglio n. 2 = verificare come qualsiasi storia ruoti attorno a tre fattori principali:
PROTAGONISTA -> OBIETTIVO -> OSTACOLI

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LA CREAZIONE DEL PERSONAGGIO: Lo scopo del gioco

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LA CREAZIONE DEL PERSONAGGIO: lo scopo del gioco.

1° – Un PROTAGONISTA non è tale se non ha un OBIETTIVO da raggiungere.
La scelta dell’obiettivo è determinata dai desideri del protagonista, cioè dalle sue passioni, dal suo AMORE, da ciò che per lui ha valore e per cui è disposto a sacrificarsi.
Consiglio n. 1 = cercare il vero significato della parola “sacrificio”.

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IL PASSATO DI VERDURE O LA MINESTRA «Certe cose non vanno elaborate ma semplicemente c***te via». PAROLE: Lo spazio per parlare di ciò che ci conturba.

Oggi prenderemo in considerazione due cibi tipicamente invernali e attualmente alla moda, osannati dai vegani ma apprezzati anche dal popolo rustico, amante della carne: il passato di verdure e la minestra. Naturalmente entrambi composti da verdure ma diversi nella combinazione poiché il primo vuole avere verdure tritate e mescolate in modo da creare una crema vellutata morbida e saporita, il secondo invece le vuole a pezzettoni, immerse in un brodino caldo. Su entrambi è consigliabile una spolverata di parmigiano. Studi recenti (?) dimostrano che questi piatti tipici invernali non siano particolarmente amati dai bambini ed adolescenti (seppur molti costituiscono l’eccezione) e siano particolarmente graditi da anziani e giovani adulti. La spiegazione più logica a tale divario generazionale è stata spesso ricercata nel significato simbolico dei due cibi in questione, difatti il primo riporta ad una condizione di cui bambini ed adolescenti hanno poca esperienza (il passato) e la seconda ad un concetto di ripetizione e di “riscaldamento” (la minestra) le cui dinamiche sfuggono ai soggetti di cui sopra, vuoi per la giovine età, vuoi per inesperienza. I soggetti di questa fascia d’età hanno davanti a sé solo il futuro, che non riconoscono tuttavia come tale poiché è loro solo il presente di ciò che si disvela, i suoi colori, ciò che ha un buon odore. E le verdure non profumano più di tanto, per questo forse si è all’inizio diffidenti nei loro confronti. Come avvicinarsi a qualcosa che non ha odore, quasi incolore, rispetto al resto delle cose zuccherose e sdolcinate che circondano il palato e l’avvenire? Come poter scegliere tra un goloso piatto di pasta asciutta con le polpettine, una minestra insipida o un passato tritato, in cui le verdure usate risultano irriconoscibili?

Come si spiega però che, superata una certa fascia, si scopra il piacere e la raffinatezza, il gusto saggio e delicato, il sapore sobrio e soprattutto la bontà di questi cibi così atipicamente naturali, emblema della genuinità? Non è un mistero. È che con l’avanzare dell’età si acquisiscono nuovi stimoli e desideri da appagare. Succede a volte che si ricordi con nostalgia ciò che ci si è lasciati alle spalle, perché si scopre che il tempo avanza solo in una direzione: avanti. O almeno così dicono. Non si sa se esista l’evoluzione, di certo si sa che non si può tornare indietro, al passato. E l’evoluzione non è sinonimo di tecnologia, anche se ci pervade questa illusione. Andare avanti, nel futuro, ci conduce inesorabilmente verso la natura, quella più profonda di noi stessi e anche organicamente ci si rende conto di essere fatti di carne, acqua e anche spirito. Ed il passato non lo schifiamo più, perchè è ciò che è stato ed è ciò a cui ritorneremo: alla terra, come verdure, più o meno.

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